La suggestiva storia dei pittori scandinavi a Civita d’Antino (1877-1915) “Kristian Zahrtmann è un altro di quella illustre schiera di personaggi della cultura europea che negli ultimi tre secoli hanno a lungo visitato l’Italia, affascinati dalla sua lucente e talvolta selvaggia bellezza, descrivendola sempre con le emozioni e l’intensità di chi la scopriva per la prima volta. Scrittori poeti musicisti artisti, tutti fortemente attratti dal Bel Paese, del quale andavano alla scoperta negli angoli talvolta i più remoti, rispetto alle principali vie di comunicazione del tempo, tutt’altro che agevoli. Byron, Goethe, Mozart, Stendhal, Lear, Ulrichs, Berlioz, per citarne alcuni. E Zahrtmann, appunto. Danese, nato nel 1843 a Ronne, ridente cittadina dell’isola di Bornholm, nel Baltico, Kristian Zahrtmann frequentò la Realskole fino al diploma. Trasferitosi a Copenhagen, seguì poi il corso di disegno all’Istituto tecnico ed infine l’Accademia delle Arti, laureandosi nel 1868. Pittore versatile ed anticonformista, insieme a Peder Severin Kroyer e Theodor Esbern Philipsen, presto si allontanò dal tradizionalismo accademico degli artisti della Golden Age danese, aprendosi alla ricerca pittorica nei campi del naturalismo e del realismo. Particolarmente conosciuto in patria per la sua pittura storica, specie riferita alle leggendarie e tragiche vite delle grandi donne della storia danese – singolari le sue opere sull’eroica principessa Leonora Christine, figlia del sovrano Christian IV, caduta in disgrazia a causa del marito Corfits Ulfeldt, sospettato d’alto tradimento – Kahrtmann s’era realizzato in tutto il suo eclettismo con un’ampia produzione di ritratti, ambienti di strada, scene popolari e paesaggi, aprendo un solco importante come riformatore dell’arte danese, sia per l’uso pionieristico del colore che per l’affermazione di stili personali nella pittura. Sceso per la prima volta in Italia alla fine del 1875, vi restò per tre anni, visitando con lunghe soste Roma, Siena, Pistoia, Amalfi ed infine Saracinesco, sperduto paese di poche anime su un cocuzzolo che domina la valle dell’Aniene, così chiamato per le scorrerie subite dai Saraceni. Produsse una serie di dipinti, in quel periodo. Del sole e della luce, dello splendore della natura, delle scene di vita quotidiana, delle tradizioni e dei riti della religiosità popolare dell’Italia Kahrtmann si era innamorato senza riserve. Tanto che, negli anni seguenti, vi fece ritorno insieme ad altri artisti quali Joakim Frederick Skoovgaard, Theodor Esbern Philipsen e Viggo Pedersen.

E tuttavia il colpo di fulmine l’avrebbe avuto nel 1883 – incredibile a dirsi – con Civita d’Antino, borgo marsicano arroccato su un colle della Valle Roveto, in provincia dell’Aquila, nell’Abruzzo più profondo ed isolato che dopo l’unificazione d’Italia solo in quegli anni veniva collegato al resto del Paese con le ferrovie Pescara-Sulmona-L’Aquila-Terni e Sulmona-Avezzano- Roma, realizzate tra il 1875 e il 1888, oltre all’adriatica che già dal 1863 aveva congiunto Pescara ad Ancona. Prima dell’era cristiana Antinum – l’attuale Civita d’Antino – fu un’importante città del popolo dei Marsi. Dopo la guerra sociale, solo due centri marsi furono insigniti della cittadinanza romana, Marruvium e appunto Antinum. Attorno all’anno Mille il paese era molto fiorente. Nel Medioevo il nome di Civita d’Antino nei documenti compare, insieme ai centri della Valle Roveto, come feudo dapprima degli Svevi, poi degli Angioini, quindi degli Orsini, dei Piccolomini e, dal 1445, dei Colonna. Con Gioacchino Murat, dal 1808 re di Napoli, Civita d’Antino divenne Comune centrale, raccogliendo i territori di San Vincenzo, Morrea, Castronovo e Morino. Oggi è un bel borgo con circa 1200 abitanti. L’artista danese giunse a Civita d’Antino nel mese di giugno 1883. Quel paese di montagna, la sua gente semplice e schiva, i ritmi della vita cadenzati dal lavoro nei campi, furono per Zahrtmann una scoperta che ne avrebbe cambiato l’esistenza. Così scrisse, in una lettera del 22 giugno al suo amico Frederik Hendriksen: “Sono innamorato della montagna e del carattere che dona alla gente che l’abita. Dovresti vedere i giovani lavoratori tornare dai campi. Con le zappe in spalla, canticchiando allegri le loro melodie del Saltarello. Avresti detto con me che in nessun teatro s’era mai sentito un coro più bello. Questo perchè tutti cantano di cuore, così che la loro gioia sale dritta nell’aria come una bolla scintillante…”. Fatto sta che egli elesse proprio quello sperduto borgo come sua seconda patria. Ospite della famiglia Cerroni, vi trascorse ogni anno l’estate, fino al 1911. Entrò presto in comunione con quella gente, in apparenza schiva, invece nella sua semplicità ricca di gentilezza e di valori dal sapore antico. D’ogni cosa che riguardasse la quotidianità di Civita d’Antino, le tradizioni e la religiosità, Zahrtmann rimase impressionato tanto da amarla fortemente. Un amore certamente ricambiato, copioso di premure e d’affetto dei suoi abitanti, tanto da vedersi tributato, nel 1902, il riconoscimento di cittadino onorario di Civita d’Antino.

Non fu un caso isolato il fascino che questo borgo esercitò su Zahrtmann. Uguale folgorazione aveva subìto nel 1877 il pittore danese Enrik Olrik e prima ancora nel 1843 Edward Lear, inglese di nascita ma di genitori danesi, “landscape painter” com’egli si definiva e viaggiatore attento che pagine superbe avrebbe scritto proprio sull’Abruzzo. Ebbene, tornando a Kristian Zahrtmann, un fatto eccezionale va certamente ricordato: la nascita per sua iniziativa d’una vera e propria Scuola estiva per artisti scandinavi, che poi prese il suo nome, in aperta contestazione con le politiche dell’Accademia delle Arti danese, completamente innovativa sui programmi e metodi formativi. Da quel momento Civita d’Antino divenne punto di riferimento per centinaia d’artisti dal nord Europa. “Proprio questo felice isolamento sembra essere stato apprezzato da Zahrtmann, il cui tormentato carattere ritrovava semplicità e vitalità creativa tra le montagne abruzzesi, dedicandosi interamente alla pittura e trasformando il piccolo paese – Civita d’Antino, ndr – in un laboratorio en plein air, dove si dipingeva dalla prima mattina fino al tramonto, con tanti modelli a disposizione, in un clima di spensierata amicizia e di sorprendente integrazione”. Nel 1908 un fatto rilevante si sarebbe compiuto a Copenhagen: in una grande mostra esposero più d’una ventina d’artisti passati per la scuola di Civita d’Antino. Le loro opere – paesaggi, scene di vita agreste, ritratti – splendenti della loro solarità e ricchezza di colori illuminarono quell’evento, ma sopra tutto migliaia di tele che quella parte d’Abruzzo dipingevano erano ormai entrate nei musei e nelle collezioni private della Scandinavia e della mittel Europa. Gli artisti danesi passati per Civita d’Antino, in quella straordinaria Scuola estiva di Kristian Zahrtmann, non possono non essere richiamati, almeno i nomi degli artisti più affermati: J. Bentszen-Bilkvist, A. Bertelsen, V. Bissen, G. Borjeson, A. Borjeson, L. Brandstrup, C. Butz-Moller, P.S. Christiansen, C. Clausen, G. Clement, T. Clement, O.G. Danneskjold-Samsoe, S. Danneskjold-Samsoe, R. Fiebiger, F.G. Friis, P. Hansen, O. Hartmann, M. Henriques, K. Holbo, D. Hvidt, K. Isakson, L. Jorde, J. Kragh, P.S. Kroyer, M. Kroyer, D. Lahmann, F. Larsen-Saerslov, A.M. Lassen, H.J.Lorup, A. Lunn, C. Mathorne, T. Mogensen, N.P. Mols, V. Neiiendam, E. Nielsen, M. Nyrop, D. Olrik, H. Olrik, S. Onsager, V. Pedersen, E. Petersen, T. Philipsen, J. Rohde, C. Roos, K. Schou, K. Sinding, K. Sinding-Larsen, J. Skovgaard, N. Larsen-Stevns, P. Tom-Petersen, K. Torne, Anders Trulson, S. Wandel, E. Weie, J. Wilhjelm e O. Wold-Torne. Nel 1912 Zahrtmann acquistò a Frederiksberg un pezzo di terreno, dove costruì un’abitazione che chiamò, manco a dirlo, “Casa d’Antino”. Vi visse i suoi ultimi anni, fino al 1917, quando il 22 giugno morì all’età di 74 anni. E’ sepolto nel cimitero di Vestre, a Copenhagen.


L'Antica Osteria Zahrtmann è sede di riferimento culturale di un network indipendente www.civitadantino.com pensato come centro di documentazione virtuale (Per non dimenticare Zahrtmann e i Pittori Scandinavi a Civita d’Antino 1877-1915). Alla fine dell’Ottocento, sulla scia del Grand Tour, Kristian Zahrtmann si era avventurato nell’Italia meno conosciuta, in Abruzzo, giungendo in un piccolo paese sulle montagne, Civita d’Antino, che divenne la sede estiva della sua scuola d’arte. Dal rapporto di amicizia tra il maestro danese e la popolazione nacque un’intensa stagione creativa che influenzò l’arte scandinava, culminando in una mostra che si tenne presso il Kunstforeningen a Copenhagen nel 1908. Il sito apre una finestra su quella straordinaria stagione, attraverso testimonianze, immagini, documenti e riflessioni, tra passato e presente, per non dimenticare Zahrtmann e i pittori scandinavi e per rompere il secolare oblio che avvolge il paese dopo il terremoto del 1915. L’iniziativa è promossa da amici di Civita d’Antino, sparsi in Italia e all’estero, accomunati dall’interesse al recupero e alla valorizzazione di quelle trame della cultura europea, che in passato caratterizzavano la vita quotidiana dell’antico paese della Valle Roveto.

(Not to forget Zahrtmann and the Scandinavian Painters in Civita d’Antino 1877-1915) At the end of the nineteenth century, in the wake of the Grand Tour , Kristian Zahrtmann had ventured in the less known Italy, Abruzzo, reaching a small village on the mountains, Civita d’Antino, wich became the summer seat of his art school. The relationship of friendship between the Danish painter and the population originated a strong creative season which influenced Scandinavian art and culminated in the exhibition held at the Kustforeningen in Copenhagen. The web site www.civitadantino.com (Independent Cultural Network) opens a view over that extraordinary season by testimonies, images, documents and reflections, between the past and the present, so as not to forget Zahrtmann and the Scandinavian painters and to break the agelong oblivion which wraps Civita d’Antino since the earthquake in 1915. The initiative is promoted by friends of Civita d’Antino spread in Italy and abroad, united in the interest in recovery and enhancement of those plots of European culture, which in past times characterized the everyday life of the ancient country in the Roveto Valley.